Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani

It’s a match!

con Martina Montini, Letizia Russo e alcune voci

regia e drammaturgia Micol Jalla

dramaturg Giulia Trivero

It’s a match! porta in scena la vicenda di un’aspirante madre e di un’aspirante figlia in un mondo distopico in cui genitori e figli si scelgono a vicenda su un social network, Kinder, che contiene una serie di profili con cui fare match. Scorri a destra per mettere like, a sinistra per rifiutare: funziona così, in questo mondo immaginario ma per altri versi molto realistico. Se scatta il match si viene messi in contatto e ci si può incontrare per mettere alla prova il proprio feeling, confrontare paure e desideri, parlare, conoscersi.

E dopo qualche appuntamento, o subito, o mai, si può decidere di diventare ufficialmente genitori e figli, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, “tutti i giorni della vostra vita finché morte non vi separi”. Fa paura, è vero, eppure è così anche nel mondo di oggi, dove, però, non ci si sceglie. Nella prima parte dello spettacolo seguiamo le protagoniste impegnate in incontri per scegliere il genitore o il figlio o la figlia perfetta e, soprattutto, per essere scelte; le due si sentono sempre più inadeguate e stanno per perdere la speranza, finché il caso le porta a incontrarsi: fanno match su Kinder, si conoscono e decidono di adottarsi, istintivamente convinte di aver trovato la propria persona ‘perfetta’. Saranno madre e figlia. Per sempre.

Ma potersi scegliere permette di evitare ogni problema? Ben presto emergono difficoltà di comunicazione: piccoli gesti e abitudini fraintesi che, nel tentativo di non deludersi a vicenda, si trasformano in veri ostacoli. Situazioni quotidiane Come il panino al gorgonzola che ogni mattina la madre prepara per la figlia, convinta che lei lo adori, mentre la figlia lo detesta e la madre ne è allergica; o il desiderio della figlia di andare a una festa, che non trova il coraggio di esprimere per paura di deludere la madre rinunciando a un finesettimana in campeggio organizzato da tempo. Situazioni quotidiane all’apparenza banali, dunque, che finiscono per generare silenzi, malintesi e paure non dette. Quando, dopo una seduta con il proprio psicologo, la madre decide di dire la verità, quella che poteva essere una rivelazione liberatoria dà avvio invece a un conflitto profondo, che porta le due a mettersi in discussione, interrogandosi su ruoli, aspettative e sul delicato equilibrio tra il bisogno di dare tutto e il diritto di essere imperfette. Attraverso un confronto intenso e una parziale riconciliazione, madre e figlia scoprono che avvicinarsi davvero significa anche ammettere le proprie fragilità, accogliere quelle dell’altra e trovare un equilibrio fatto di ascolto e scelte condivise. Passano vent’anni. La figlia, ormai adulta e madre a sua volta, si trova davanti a una scelta che riapre le domande di un tempo e ne aggiunge di nuove. Un ricordo della propria madre e una scoperta inattesa metteranno in discussione tutto ciò che credeva di sapere su di lei e sul loro incontro, portandola a compiere una decisione capace di ribaltare il senso stesso del concetto di scelta.

Tematiche principali

L’obiettivo di it’s a match! è riflettere sul rapporto genitori-figli con un’attenzione particolare rivolta ai temi dell’aspettativa, dell’immagine di sé, del confronto, della delusione, dell’accettazione, della responsabilità, dell’amore; per farlo, immagina che le protagoniste vivano in un mondo in cui genitori e figli possano incontrarsi e scegliersi tramite app: ciascuno crea il proprio profilo, definendosi e presentandosi agli altri come è o come crede di essere (in ogni caso, come vuole essere visto), e a sua volta ha la possibilità di scegliere tra i profili delle persone che si propongono. Immediatamente entrano in gioco temi importanti quali l’aspettativa, l’idealizzazione, la delusione, l’insicurezza, l’apparenza. Creare un profilo di sé non è come essere sé stessi, e non è neppure come presentarsi o parlare di sé per la prima volta a una persona sconosciuta, conoscerla e farsi conoscere: creare un profilo costringe a definirsi, a darsi confini inevitabilmente limitanti e falsificanti, e questo produce una distorsione nella percezione di sé e degli altri.
I social portano all’estremo questo meccanismo molto umano e universale, offrendo una serie infinita di profili a cui possiamo mettere like o che possiamo rifiutare, pollice in su o pollice in giù, un meccanismo dicotomico di valutazione in cui non esistono sfumature e che ci induce a crearci un’immagine, un profilo, che ci definisca semplificandoci e dunque inevitabilmente ingabbiandoci, consapevolmente o meno. I social network hanno a che fare in modo molto intimo e profondo con la percezione di noi stessi. Per gli adolescenti di oggi fanno parte della quotidianità, e anche per questo nello spettacolo non sono tematizzati, ma presentati come parte del reale. Tutte e tutti noi, quando parliamo di relazioni “amorose” (in senso ampio) tendiamo a costruire delle immagini ideali, semplificate, dell’altra persona e a trasferire sugli altri le aspettative che abbiamo nei nostri confronti. A causa dell’aspettativa, si tende ad attribuire agli altri idee, concezioni, giudizi che invece sono propri di se stessi. L’amore, la crescita di un rapporto, consiste anche nel superare l’immagine ideale, bidimensionale, quella messa “in cornice” dal nostro inconscio, rompere lo specchio, e amare la persona (e di conseguenza noi stessi) nella sua totalità, con i suoi pregi e i suoi difetti. Quando finalmente le due protagoniste si trovano, scatta “l’innamoramento”. E poi? Entrambe vivono inizialmente la paura del rifiuto che non scompare neppure nel momento della scelta, anzi, e lentamente si trovano di fronte alla vita vera, in cui emergono i problemi di ogni rapporto e convivenza, in cui si devono affrontare sfide e cambiamenti. Sviluppano così il desiderio di uscire dal meccanismo che hanno introiettato (spegnendo, simbolicamente, le cornici che rappresentano allo stesso tempo gabbie in cui sono intrappolate), scoprendo però che è più difficile del previsto. Uscire dal meccanismo di identificazione nell’immagine di noi stessi che ci siamo creati è complesso, ma è proprio in questo processo di decostruzione che troviamo la nostra vera identità, limpida e al contempo sfumata, senza contorni, forse poco vendibile e proprio per questo estremamente sincera. Cercando di evitare di deludere le persone intorno a noi non facciamo altro che tardare il nostro processo evolutivo, in cui i veri passi avanti corrispondono a momenti di presa di coscienza dell’insussistenza delle immagini ideali nel mondo reale e nell’accettazione dell’imperfezione propria e degli altri. It’s a match! parte da una domanda: come sarebbe il mondo se genitori e figli potessero scegliersi come avviene nelle relazioni amorose? Lo spettacolo porta a riflettere sui complessi meccanismi che sottendono ai rapporti tra genitori e figli in cui, anche se ci si potesse scegliere, ci si troverebbe probabilmente ad affrontare le stesse delusioni, gli stessi timori, le stesse emozioni che proviamo con i genitori e i figli che non abbiamo scelto. Il nodo, allora, non è nel formare “la coppia perfetta” ma è nell’imparare ad amarsi con libertà, rispetto e impegno. Lo spettacolo è denso di temi e di suggestioni per approfondimenti, al di là del meccanismo problematico delle aspettative e delle delusioni che costituisce il punto di partenza. Altri importanti aspetti entrano in gioco: innanzitutto la difficoltà di stabilire un confronto che non può essere del tutto paritario ma può, e deve, essere onesto e sincero, nelle piccole e nelle grandi cose. E poi l’assunzione di responsabilità negli errori, ma anche la capacità di accettarsi e di accettare la propria e l’altrui fallibilità, perché nessuno è perfetto: la perfezione non è alla portata dell’essere umano e l’accanimento nel volerla raggiungere è inevitabilmente di ostacolo a quell’atteggiamento di tolleranza che, solo, rende possibili rapporti umani positivi, di crescita e rispetto. Oltre al riconoscimento degli errori, c’è la fondamentale accettazione per la diversità di ciascuno: essere “uguali” non è il segreto della riuscita di un rapporto affettivo e amoroso, e scoprirlo non deve essere una delusione ma un’opportunità di confronto e reciproca conoscenza. Infine, il tema che sottende l’intero spettacolo è quello dell’amore: l’amore che abbiamo da dare e l’amore che vorremmo ricevere – tanto come genitori quanto come figli – l’amore che fa paura per la sua intensità, per il suo potere, l’amore di cui abbiamo tutti bisogno, perché la solitudine fa paura e il rifiuto fa male, l’amore che cerchiamo di meritare, anche a costo di annullarci pur di far felice la persona che ne è oggetto, l’amore maturo che ci fa capire che l’amore non va meritato, perché è incondizionato e ciascuno di noi ha il diritto di riceverne. A prescindere da come siamo o pensiamo di essere.

Tecniche e linguaggi teatrali utilizzati

It’s a match! è uno spettacolo di prosa, ovvero incentrato sulla parola. Il centro del lavoro, quindi, è recitativo, legato all’ingresso emotivo delle attrici nei personaggi, che interpretano conciliando uno stile naturalistico con un’astrazione rappresentata da alcuni espedienti drammaturgici. A livello registico, abbiamo fatto uso cospicuo di voci registrate, che popolano il mondo dello spettacolo di personaggi che non hanno corpo, e quindi esistono soltanto in relazione al personaggio con cui si interfacciano, quasi fossero voci nella loro testa che, più che avere una propria esistenza, sussistono per le reazioni che provocano.

A livello drammaturgico, si alternano scene di dialoghi naturalistici ad altre con alti livelli di astrazione, che avvicinano la vicenda all’universale; non vi è mai un abbattimento della quarta parete tramite parti narrative, ma il tutto si consuma nella relazione tra le due protagoniste.

Approfondimenti in classe

Scrittura creativa

– Un semplice esercizio che si può fare è quello di chiedere agli studenti di scrivere il proprio profilo Kinder, presentandosi a ipotetici genitori. Uno sviluppo può essere quello di chiedere di non scrivere il proprio nome e, durante la lettura dei profili, chiedere agli studenti di indovinare a quale dei compagni o delle compagne appartiene il profilo, stimolando così una riflessione identitaria su se stessi e sugli altri.

– A gruppi, invece, si può chiedere di delineare il profilo di un genitore ‘perfetto’, o almeno desiderabile: questo, probabilmente, porterà i ragazzi a rendersi conto dell’impossibilità di creare un modello verosimile e su cui ci sia accordo totale. Il genitore perfetto non esiste!

– Che cosa si aspettano i tuoi genitori da te? Chiedere agli studenti di rispondere a questa domanda. Eventualmente, si può anche chiedere ai genitori, a casa, di rispondere, e singolarmente ogni studente potrà confrontare le risposte.

Esercizi teatrali

– Si può chiedere di presentarsi in 30 secondi (con timer!) a un genitore, impersonato da un altro allievo, e in quei 30 secondi convincerlo/a di essere il figlio o la figlia perfetto/a per lui/lei. A scelta, si può decidere se chi interpreta il genitore sia chiamato a dare una risposta (positiva o negativa) oppure no.

– Speed dates: in improvvisazione, mettere in scena brevi appuntamenti tra genitori e figli. Due file di sedie una di fronte all’altra, da un lato i figli, dall’altro i genitori. Al via, un figlio (uno studente che interpreta se stesso) e un genitore (uno studente che interpreta un genitore, creando un personaggio di invenzione o ispirandosi a un profilo) si incontrano e si conoscono. Al segnale di cambio dell’insegnante, i genitori si spostano di un posto e si creano nuove coppie per le improvvisazioni. Finite le coppie possibili, si può chiedere a ciascuno di condividere alla classe le proprie impressioni. Eventualmente, l’esercizio si può ripetere a ruoli invertiti (chi era figlio sarà genitore e viceversa).

Fascia d’età: 11 – 14 anni
Durata: 60 minuti
Teatro d’attore

giovedì 10 Dicembre 2026 ore 9:45
venerdì 11 Dicembre 2026 ore 9:45

SETTORE UNICO: 5 €

Informazioni e Prenotazioni telefoniche: 0545 64330.