L'usignolo dell'imperatore
di Pietro Piva

Tratto da L'usignolo di Hans Christian Andersen

di Pietro Piva

scene, musiche, luci Pietro Piva
oggetti scenici Pietro Piva, Loredana Mattioli, Giuseppe Accardo
voce narrante Elettra Melandri
progetto grafico e foto di scena Francesca Ballarini
organizzazione Linda Eroli
tecnica Franco Rovigatti

produzione
Accademia Perduta/Romagna Teatri

 

Sinossi

L'imperatore della Cina scopre che la vera ricchezza del suo regno non risiede nei suoi forzieri, è un uccellino, un usignolo, dicono. Così fa immediatamente portare l'animale a corte: deve cantare. Nessuno ha mai sentito niente di simile, lo stesso imperatore prova una strana felicità che fa piangere. L'animale dovrà per forza restare a palazzo, decreta il sovrano, rinchiuso in una magnifica gabbia, e rendere tutti felici alla bisogna.

Arriva quindi un dono, a corte. È un usignolo meccanico. Sa cantare e riproduce fedelmente sempre la stessa melodia. In uno dei suoi concerti – gremiti di sudditi – l'uccellino vero scompare, e l'imperatore sembra dimenticarsi di lui. Il tempo passa, va tutto bene. Va tutto bene fino a che il portentoso balocco meccanico non si guasta, fino a che ancora l'usignolo vero non torna, fino a che arriva qualcun altro, venuto a portarsi via l'imperatore morente. 

L'usignolo tornerà ancora a cantare per l'imperatore, e il dono che chiederà in cambio è la libertà.

 

Note di regia

L'usignolo, con il suo canto, è la bellezza che ci disarma, ci fa ricordare e ritrovare, ci fa sentire parte di un tutto, ma che non possiamo avere come possiamo possedere un oggetto.

Un'emozione che possiamo tentare di conservare lasciandola libera di tornare alla nostra finestra: in questo modo forse riusciremo a trattenerla, non in una gabbia d'oro, ma dentro di noi.

Sembra che Andersen abbia scritto “L'usignolo” a seguito del suo amore non corrisposto verso una cantante. Attraverso il racconto ci sta dicendo “io ho amato, sono stato rifiutato, ma sono contento che esista una bellezza così”. Egli capisce che non ci è dato di possedere tutto, ma che forse possiamo coltivare un rapporto sano con il desiderio, con la perdita. Per esempio, non sostituendo la mancanza con un usignolo meccanico, sia esso un giocattolo, uno status symbol o realtà virtuale. Avere o essere? Chiede Andersen. Avere o essere presenti a noi stessi? Potremmo chiederci noi.

Età consigliata: 6-10 anni
Teatro d’attore, d’oggetti e di figura

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