Les Moustaches

La Fame

La parabola dell'uomo che fece tutto per amore

testo di Alberto Fumagalli
con Chiara Liotta e Alberto Fumagalli
regia Ludovica D’Auria e Alberto Fumagalli

costumi Giulio Morini
responsabile tecnico Davide Moriggi
luci Giulia Bandera
assistente alla regia Tommaso Ferrero
responsabile organizzativo Pietro Morbelli
foto Serena Pea

produzione Les Moustaches e Accademia Perduta/Romagna Teatri
con il sostegno di Toscana Terra Accogliente, Rat, Fondazione Toscana Spettacolo,
Teatro Metastasio, Catalyst, Murmuris, Archetipo, Teatro popolare d’arte

Prima Nazionale
Colpi di Scena
Teatro Piccolo, Forlì – 23 settembre 2025

Caino e Abele, Adamo ed Eva e poi ancora Davide e Betsabea, Booz e Rut; la Bibbia, il grande libro da cui tutti discendiamo, ci racconta di ancestrali parabole di coppia, di un bene e di un male, di un bello e di un brutto, dominate da azioni violente e ferocemente umane che indignatamente ci appartengono.

Sagrestano e Virtuosa sono i protagonisti assoluti de La Fame, il nuovo spettacolo Les Moustaches. Intensi, amorali e allegorici, Sagrestano e Virtuosa sono gli antieroi di una nuova parabola tanto immaginaria quanto reale, apparentemente lontana, tremendamente contemporanea.

La Fame – La parabola dell’uomo che fece tutto per amore è una “favolaccia”, una fiaba cruda, una metafora raffinata e crudele sulla fame e l’ingordigia dell’uomo.
Racconta di un bisogno che tutti conosciamo, una physis che accomuna ogni uomo, ogni origine, qualsiasi stato sociale; in questa fiaba la fame assume un ingombrante valore allegorico, non è solo di pane, ma acquisisce un necessario senso di speranza, di pretesa, di salvezza, di rivalsa. Sagrestano e Virtuosa non sono dei mostri lontani, ma sono il caricaturale e pustoloso riflesso di ognuno di noi, remissivi incontentabili, procrastinatori eterni: cosa fare quando la disgrazia bussa alla porta e ci trova colpevolmente impreparati? Nel buio più buio che ci sia, c’è sempre un giusto da salvare?

Note sul testo – di Alberto Fumagalli
Il sottotitolo di questa drammaturgia è “La parabola dell’uomo che fece tutto per amore” e sulla parola parabola ho focalizzato gran parte della mia ricerca. Una parola tanto antica quanto, ancora, indispensabile. Al di là della curiosa molteplicità di significati che possiede questa parola(un dispositivo tecnico, una figura geometrica, una traiettoria), io resto coinvolto all’unico significato che mi riguarda: parabola intesa come una storia allegorica, con pochi dettagli ricchi di senso capaci di rendere accessibili concetti astratti, permettendo di comprenderli più facilmente e in modo coinvolgente, con un impatto duraturo sulla mente e sull’immaginazione di chi guarda e ascolta; insomma, tutto quello che vorrei fosse il mio teatro.

Drammaturgicamente, in fondo, il gioco è sempre quello e da lì non me ne vado: scrivo una storia con due personaggi grotteschi, caricature sincere e spietate che, nonostante si dica di no, ci assomigliano un gran tanto. Le parole sono secche e sono grasse, scrosciano come grandine e si fermano in silenzi che non capitano per caso. Chi scrive, mi dico, non deve essere innocuo, e ne La Fame spero di essere stato pericoloso quanto un mamba nero. La parabola è di Sagrestano. Virtuosa, come in tanti fanno, resta ferma a guardare questa faticosissima, leggendaria e invisibile impresa di un pover’uomo che fece tutto, ma proprio tutto, per amore.

Note di regia – di Ludovica D’Auria
Il gesto, i colori, la materia, tutto è eccesso, dismisura, opulenza, tutto è La Fame.
In questo racconto per il teatro il titolo è condizione concreta e metafisica, dove lo stato del corpo e la disumana tracotanza si fanno eco del presente e sguardo critico sulla nostra società. Nel disegnare l’abbrutimento e la foga di questo mondo, la messinscena non cerca la bruttezza nella povertà delle forme, ma nell’espressione della volgarità. Il teatrino che domina la scena diventa così, il Teatro, luogo dell’esasperazione, spazio scelto e gesto definito, dove non accede la casualità della vita ma si indaga sull’invisibile del reale. In questo luogo, ribalta di giullari, buffoni e cantastorie, la drammaturgia surreale e grottesca si fa immagine concreta e parola viva per sussurrare alle pance degli spettatori gli interrogativi del nostro presente.

14 aprile 2026
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