Paola Fresa

Processo a Elena

di e con Paola Fresa
regia Emiliano Bronzino

scene Francesco Fassone
luci Paolo Casati
costumi Roberta Vacchetta
musiche e sound design Andrea Di Falco in collaborazione con Nicola Morucci
regista assistente Ornella Matranga
primo lettore Nicola Borghesi

produzione Fondazione TRG di Torino, Accademia Perduta/Romagna Teatri

 

«Rivendico il diritto di non piacere, di non dovermi preoccupare di quale immagine restituiscono le mie membra stanche, dopo una vita passata a cercare di aderire a un’idea di bellezza che non è la mia, che non sono io e che, soprattutto, ogni volta che mi avvicino si allontana di un passo, e poi di un passo e poi ancora di un passo. Come l’orizzonte. E allora a cosa serve l’orizzonte? A non essere felici mai».

Attraverso il ribaltamento dell’espediente narrativo inventato da Pirandello con Sei personaggi in cerca d’autore, in occasione di una replica, un’autrice si ritrova sul palco abbandonata dal suo personaggio. L’illustre assente è Elena, eroina epica, invitata a parlare in prima persona della triste e famosa vicenda che la vede protagonista. Di fronte al pubblico, costretta a far le veci di colei che non si è presentata, la narratrice si troverà a dover ricostruire la vicenda biografica della principessa di Sparta, affidandone il racconto a coloro che con Elena hanno avuto a che fare. Quel che ne emerge è un processo contro colei che nei fatti è da secoli vittima di un pregiudizio. Nel corso dello spettacolo, il processo a Elena, incarnazione della bellezza femminile, si trasformerà in un processo alla donna, da sempre oggetto di esercizio del potere maschile.

Attraverso la figura epica del personaggio omerico, nella riscrittura contemporanea, s’intende indagare:

  • Il tema della bellezza come forma di potere da dominare.
  • Il tema della bellezza come vacuità, come disvalore.
  • La bellezza nella sua doppia accezione di dono e condanna.
  • Il tema dell’oggettivazione del corpo femminile.
  • Il tema della narrazione tossica del “maschio di successo” come innesco di comportamenti misogini.
  • Il tema della violenza di genere e della vittimizzazione secondaria.
  • Il paradigma vittimario e il tema della strumentalizzazione della vittima.
  • Il valore dell’aidos nella sua doppia accezione di “pudore” e di “paura di una cattiva fama/biasimo della comunità” nel modello proposto dalla civiltà della vergogna e dalla civiltà della colpa, in particolare nell’educazione femminile.
  • Il potere anarchico dell’anadeia, la sfrontatezza, spesso associata alla natura femminile.

Struttura e creazione dello spettacolo
Lo spettacolo si configura come una galleria di testimonianze volte a ricostruire la biografia di Elena in termini assoluti, al di là della specificità del tempo e dello spazio, ma attraverso la soggettività di chi è chiamato a parlare di lei (in ordine di apparizione: Clitennestra, sua sorella; Leda, sua madre; Menelao, il marito tradito; Cassandra, la cognata veggente; Ecuba, la suocera che la odia). Tali testimonianze sono intervallate dagli interventi della narratrice, sorta di “deus ex machina”, chiamata a interpretare il valore di questi contributi in relazione alla domanda generatrice dell’indagine: qual è il potere della bellezza?

Nel processo di riscrittura di questa biografia epica, siamo partiti da un paradosso – l’impossibilità di rappresentare il prodigio di una bellezza sovrumana – e da un presupposto – l’eterna e morbosa curiosità che ha portato innumerevoli autori a interrogarsi e a far interrogare i propri personaggi riguardo alla vera identità di Elena e a quale sia la sua colpa originaria. Posta questa premessa, nel corso dei successivi quattro appuntamenti di prova che si sono succeduti nell’arco di un anno, come sessioni di lavoro da una a due settimane, il testo si è configurato quasi naturalmente come una galleria di testimonianze sul conto di Elena. La domanda che è emersa dalla verifica del testo sul palco è stata (come sempre) “perché”. Perché parlare di Elena, perché parlare della bellezza, perché parlare di questo potere? La prima risposta che la scena ci ha restituito è stata “perché ci riguarda”, da sempre. Procedendo parallelamente con il lavoro di scrittura e quello di verifica sul palco, nel corso del tempo, lo spettacolo ha preso la forma di un’indagine sul ruolo della donna nella storia come incarnazione della bellezza e, in quanto tale, incarnazione di questo potere che chiunque vorrebbe possedere, controllare, soggiogare, vincere, dominare.

Note di regia
Al centro di Processo a Elena c’è un inganno fondativo: l’illusione di poter conoscere la bellezza, di poterla possedere, rappresentare, giudicare. Elena non è solo un personaggio, ma un miraggio collettivo. Tutti la nominano, nessuno la vede davvero. La sua figura esiste nell’intercapedine tra realtà e proiezione, tra corpo e racconto, tra ciò che si mostra e ciò che resta invisibile. Il teatro, luogo per eccellenza dell’illusione, diventa lo spazio naturale di questa indagine. La rappresentazione di Elena non si compie mai — è continuamente promessa e continuamente sottratta. Ciò che lo spettatore percepisce è un riflesso, un’eco, un’immagine che si disfa nel momento stesso in cui prende forma.
L’illusione non è solo inganno visivo, ma meccanismo di potere. È la forza con cui una collettività costruisce e distrugge i propri miti, il modo in cui trasforma una donna in simbolo, un volto in colpa. Ogni testimone del processo – amante, giudice, poeta, nemico – non parla di Elena, ma del proprio desiderio. Il processo, allora, è una messa in scena del nostro bisogno di proiettare, di trovare un colpevole dentro l’immagine che ci affascina.

22 ottobre 2026
Casa del Teatro Ragazzi e Giovani, Torino

27 e 28 ottobre 2026
Teatro Piccolo, Forlì (FC)

15 dicembre 2026
Aosta

21 gennaio 2027
Teatro Milanollo, Savigliano (CN)

23 gennaio 2027
Casa del Teatro, Faenza (RA)

13 febbraio 2027
Teatro Comunale, Novoli (LE)

Dal 23 al 25 febbraio 2027
Casa del Teatro Ragazzi e Giovani, Torino

26 febbraio 2027
Cuneo

13 marzo 2027
Teatro Ferrari, Camposampiero (PD)