Lo spettacolo andrà in scena anche martedì 27 e mercoledì 28 aprile alle ore 10 per le Scuole Secondarie di II grado.
Abitiamo un’oasi che riusciamo a percepire solo quando alza la voce, o quando abbassiamo la nostra: un tornado, un’estate che non finisce, oppure il quarto d’ora in cui ci fermiamo a osservare come si muove e respira tutto ciò che non è umano. Quest’oasi è la pellicola di aria, acqua e suolo in cui si intreccia tutta la vita che conosciamo: pochi chilometri, schiacciati fra il gelido vuoto dello spazio e il rovente mantello della Terra. È il territorio che ci ospita e che abbiamo preso l’abitudine di chiamare ‘paesaggio’, come se fosse il fondale decorato delle nostre imprese. Ma non è uno sfondo: è una zona critica e vitale, che si trasforma insieme a noi. È la nostra casa, l’unica oasi in cui possiamo vivere.
E un’oasi, si sa, può essere un miraggio. La nostra attenzione si è formata in milioni di anni per rispondere agli stimoli di ciò che ha un volto, un tempo e un luogo; di fronte a una minaccia lenta e diffusa preferiamo rinviare, distrarci, rifugiarci in un sollievo immediato. La nostra ragione vede acqua dove non ce n’è e non riesce a scrutare l’oceano che penetra le città. È la crisi dentro la crisi: non soltanto il clima e la biodiversità, ma il modo in cui la mente nasconde ciò che non riesce a contenere. Il riscaldamento del pianeta, del resto, è troppo vasto per entrare in una sola immagine. Si presenta sempre a frammenti e sfugge alle semplificazioni.
Oasi tenta di tracciarne il profilo disponendo alcuni pezzi uno accanto all’altro, cercando di metterli in relazione e di farli interagire. Come in un ecosistema, le scene dello spettacolo restano distinte ma coabitano dentro uno stesso ambiente: uno strano rituale atmosferico.
Due elettrosciamani hanno convocano gli spettatori per consegnargli le visioni che l’Oasi ha mostrato loro. Anche ciò che non è umano può essere evocato, osservato, può indicare una via. Qual è la voce dell’atmosfera? L’aria conduce il suono, ma ci sembra muta. Possiamo forse cogliere qualche parola nel fruscio delle foglie, e intuirne il volto nella forma cangiante di una nuvola, di un fiume, di un formicaio. All’interno di questo rito aleggiano alcune domande: dove abitiamo? Da cosa dipendiamo? Chi sta consumando di più? Chi pagherà il conto dell’inevitabile transizione? Chi sopravviverà?
Ci sono inoltre le oasi naturali, che possiamo proteggere e studiare per imparare a difenderci dal cambiamento climatico. Alle foci dei fiumi il futuro si misura adesso: il mare penetra nelle falde, il sale si incunea nell’alveo e la terra sprofonda. Se la palude geopolitica riuscirà a guardare alle aree umide – i reni più efficaci del pianeta – forse capiremo come aprire un guado per attraversare questo tempo dominato da un’altra O.A.S.I. Ovvero Arida Specie Incombe

