Trama
Abbiamo parole per vendere, Parole per comprare, Parole per fare parole. Andiamo a cercare insieme Le parole per pensare. Abbiamo parole per fingere, parole per ferire, Parole per fare il solletico. Andiamo a cercare insieme, Le parole per amare. Abbiamo parole per piangere, parole per tacere, parole per fare rumore. Andiamo a cercare insieme le parole per parlare. Gianni Rodari Vi siete mai chiesti chi decide quali parole si possono usare e quali no? Quali sono le parole giuste e quelle sbagliate? Chi ha il potere di inserire le parole nel vocabolario e definire così la lingua italiana? Gli agenti speciali D e D fanno proprio questo lavoro. In un segretissimo laboratorio raccolgono tutte le parole che vengono dette, scritte, cantate o pensate e ne decidono il destino: APPROVATA o RESPINTA. Senza di loro comunicare sarebbe il caos, una “Babele infernale” in cui ognuno finirebbe per dire quello che gli pare e le persone non si comprenderebbero più. Ma per capire le parole bisogna anche provarle, testarle, mettersele in bocca, parlarle e vedere cosa succede. Per i due agenti ogni parola nuova è un mondo da esplorare, con realtà all’apparenza aliene, diverse, difficili da comprendere ed accettare. Ma le regole usate fino a questo momento non bastano più e gli agenti D e D dovranno misurarsi con il cambiamento, fare i conti con il nuovo e mettersi in discussione per capire loro stessi e gli altri e trovare, così, le parole che invece di dividere ed escludere possano unire ed includere tuttə.
Temi prevalenti
I social media hanno modificato la lingua, la stessa cosa che accadde quando arrivarono la stampa, la radio e la tv, ma il vero cambiamento in questo caso è stato quello di generare lo spazio per creare una lingua nuova, né scritta né parlata, che usano soprattutto le nuove generazioni. Alcuni pensano che questo abbia portato a una decadenza comunicativa, Platone diceva che “se la competenza dei giovani fosse realmente peggiore, saremmo regrediti e tornati agli scimpanzè”. Invece non è così. Casomai si può dire che i ragazzi e le ragazze di oggi sono più distanti dalle generazioni precedenti perché con i social media tutto è più veloce e diretto. Per cercare un dialogo con i ragazzi e le ragazze è quindi necessario un mezzo di comunicazione diverso dalla sola parola detta a voce da un palco. Ecco che il racconto passa attraverso una story su Instagram, un balletto su TikTok, una videochiamata con Snapchat o un video su YouTube. Le emozioni e i fatti vengono filtrati da uno schermo e proiettati come al cinema, i ragazzi e le ragazze sono così spettatori di un film che si crea davanti ai loro occhi. Lo smartphone diventa lo strumento con il quale in scena viene raccontata la storia, la realtà virtuale entra nella finzione del palcoscenico, mescolando ulteriormente i piani di narrazione: la messa in scena teatrale (con gli attori), la realtà virtuale (quella dello schermo) e il qui e ora (con le due persone, quelle che stanno dietro gli attori, che si confrontano con i ragazzi e le ragazze). Si crea così un dialogo trasversale tra le generazioni y, z e alpha che si sviluppa attraverso diversi mezzi di comunicazione e che utilizza un linguaggio che varia dallo slang del giovanilese, neologismi, anglismi e arcaismi, al linguaggio aulico o popolare; portando in scena molteplici diversità e identità. Imparare a dialogare però non è facile, richiede esercizio, bisogna continuamente interrogarsi ed essere consapevoli dell’impatto delle nostre parole. Una parola sbagliata o un’opinione non condivisa, soprattutto sui social, potrebbe scatenare una shitstorm, ed ecco che sul palco si abbatte una tempesta di hate words: i commenti denigratori appaiono come lampi nella proiezione, colpiscono i protagonisti, che sopraffatti sono costretti a mettersi al sicuro. Ed è nella calma dopo la tempesta che capiamo l’importanza del silenzio. Solo nel silenzio possiamo comprendere il peso delle parole. Imparare ad ascoltare e prendersi il tempo per farlo ci permette di comprendere meglio noi stessi e gli altri, facendoci sentire parte integrante di una collettività e ritrovarsi tra simili. Gli agenti D e D svestono così i loro panni ufficiali, mostrandosi per la prima volta solo come due persone e dimostrando ai ragazzi e ragazze che il linguaggio siamo noi e che, quindi, sta a noi ritrovare quella fiducia, sicurezza e vicinanza per farci stare meglio insieme. La parola quindi poi passerà, come un testimone, ai ragazzi e ragazze che avranno modo di trovare così le proprie parole.
Esperienza coi ragazzi e le ragazze
Durante il percorso di ricerca per la creazione dello spettacolo abbiamo avuto modo di confrontarci con ragazzi e ragazze di diverse fasce età (dalla scuola secondaria di primo grado fino al terzo anno della secondaria di secondo grado) e abbiamo riscontrato quanto sia forte e presente la tematica dell’utilizzo del linguaggio. Abbiamo notato come sia tra pre-adolescenti che adolescenti ci sia un desiderio di capire meglio le questioni legate all’utilizzo della lingua, di volta in volta più vicine alle diverse fasce d’età ma comunque trasversali (dalla tematica degli insulti a quella del linguaggio inclusivo). Nel proporre loro temi di riflessione ed esercizi si sono mostrati curiosi e collaborativi nella messa in gioco verso il mondo delle parole, talvolta con diverse opinioni affrontate e mediate in modo dialettico. Nel mondo della velocità della nuova comunicazione, una guida verso un utilizzo consapevole delle parole ci è sembrata una necessità che risuonasse soprattutto tra di loro: i giovani e le giovani che le utilizzano.
Linguaggi teatrali utilizzati
Nello spettacolo la storia dei personaggi si incrocia con il video: nell’ufficio degli agenti D e D un grande schermo incombe divenendo elemento fondamentale in scena, fungendo da scenografia e da parte integrante della narrazione. Un attore e un’attrice affrontano il tema con linguaggio leggero e divertente fornendo però anche spunti di importante riflessione sulla tematica che possono lasciare intravedere i risultati di un utilizzo scorretto della lingua e delle parole.
Riferimenti teorici
Attraverso le parole raccontiamo il mondo, descriviamo noi stessi e gli altri, rappresentiamo la società nella quale viviamo. È importante rendersi conto che la Lingua è un’arma molto potente, con essa possiamo ferire, possiamo convincere gli altri a fare qualcosa, possiamo dare speranza. Per questo è importante saperla usare. Come spiegava Tullio De Mauro, noto linguista italiano: la lingua è potere. La decisione di quale debba essere la corretta competenza linguistica di un popolo non può essere una decisione solo delle classi dominanti. Dobbiamo rimboccarci le maniche e riprendere coscienza di quanto sia importante il saldo possesso degli strumenti linguistici che ci rende cittadini a nostra volta più potenti. Migliorare i nostri comportamenti linguistici ci permette di andare nella direzione di una società più equa, in cui le diversità possano convivere in modo paritario e legalitario per tuttə. Per questo bisogna promuovere l’utilizzo di un linguaggio inclusivo o, come meglio specificano la socio- linguista Vera Gheno e lo scrittore Fabrizio Acanfora, di un linguaggio che vada nella direzione di “una convivenza tra le differenze”, un’idea che suggerisce una parità tra le parti e non uno squilibrio di potere tra una maggioranza che può decidere se e come includere e le minoranze che si trovano a subire questo processo, spesso in modo passivo. Abbiamo bisogno di un nuovo lessico per rappresentare tutti i tipi di diversità. Un esempio è la tanto contestata schwa. La schwa risponde a una questione linguistica che crea disagio a una minoranza (si stima che la percentuale delle persone non binarie sia intorno al 2%), che non sa quale terminazione di genere usare per definirsi. Queste persone fanno parte della nostra stessa comunità e rappresentano un’istanza che va rispettata e non può essere ignorata. Altri esempi: se esistono la maestra, l’infermiera e la cameriera, perché non devono esistere l’ingegnera, la sindaca e la ministra? La lingua è specchio della società e se oggi le donne fortunatamente possono accedere a determinati ruoli allora è giusto rendere sensata la concordanza grammaticale. Oppure ancora, espressioni come disabile, invalido, handicappato, paraplegico, autistico… vengono spesso usate in maniera stigmatizzante. È importante invece utilizzare quello che viene definito con person-first language, quindi è corretto dire “persona con disabilità” per contribuire a non rendere l’individuo come sola rappresentazione della sua disabilità. In conclusione, la lingua è uno strumento dinamico che descrive la realtà, ma la realtà è in continuo mutamento e, di conseguenza, anche la lingua che la descrive cambia. I mutamenti linguistici non vanno combattuti ma abbracciati, perché una lingua che non cambia muore. La realtà crea quindi la lingua, ma è vero anche il contrario: le parole che usiamo creano la realtà. Dare i nomi corretti alle cose modifica la nostra mente di parlanti, cominciamo ad agire quindi in maniera diversa nella realtà che, di conseguenza, si evolve e trasforma.
Fascia d’età: 11 – 14 anni
Durata: 50 minuti
Teatro d’attore e video

